Il paese (quasi) abbandonato

 È il 28 dicembre. Mi sto annoiando. Decido di cercare su internet informazioni su un'escursione che voglio fare da un po' di tempo. Rimango deluso dei risultati. Inizio ad aprire pagine a caso tra quelle consigliate, alla fine scopro l'esistenza di Canate di Marsiglia e Scandolaro: la mia prossima avventura. Si tratta di un paesino e di una sua frazione risalenti al XII secolo e abbandonati a partire dagli anni '30 e '40 del secolo scorso perchè non raggiungibili dalla strada carrozzabile a causa della loro posizione e quindi collegati alla "civiltà" solo dall'antica mulattiera (asfaltata fino al paese precedente) e da un paio di sentieri.
Chiedo a una decina di persone di partecipare. La risposta è sempre la stessa: rifiutano senza neanche sapere di cosa si tratti. Preso dallo sconforto mi accorgo di non averlo chiesto a Lui, che ovviamente accetta ed é cosi che, proprio sul finire dell'anno, nasce una delle migliori esperienze del 2017.

ON THE ROAD
Il giorno dopo ci incontriamo in centro, prendiamo un 14, facciamo un tratto a piedi, poi saliamo su un 13 che ci porta al limitare della città: siamo di nuovo sulla strada.
Ci incamminiamo sulla SS 45 ma le cose non vanno per il meglio: nonostante sia abbastanza trafficata fatichiamo a trovare un passaggio e le uniche due macchine che si fermano vanno verso Laccio e non verso Davagna. In mezz'oretta raggiungiamo a piedi il bivio tra la statale e Via Cavassolo. Svoltiamo in quest'ultima sperando in un passaggio (se non lo trovassimo ci aspetterebbero 9 km di salita a piedi), dopo un paio di tornanti arriva ed è uno di quelli che non si dimenticano facilmente: si ferma una piccola utilitaria con al volante una donna, accanto un uomo e sui sedili posteriori due bambini, la macchina è quindi piena ma lei decide di far sedere i figli uno sull'altro e caricarci lo stesso. Si fermano davanti a casa e noi tentiamo di scendere ma l'uomo ci ferma "manca ancora un bel pezzo, vi porto io": credo di non aver mai incontrato due persone tanto generose con degli sconosciuti.
Ed è cosi che, poco più di un'ora e mezza dopo aver preso il 14, siamo a Marsiglia (per i meno "temerari" raggiungibile in corriera)  da dove parte la nostra avventura vera e propria.

INTO THE WILD
Attraversiamo Marsiglia (una grossa frazione di Davagna). Sarà lunga al massimo 400 metri. Si unisce a noi un cane dalla buffa camminata, quasi come se le zampe posteriori non facessero aderenza e scivolassero. Non sappiamo di chi sia né da dove sia spuntato. Inizialmente ce l'abbiamo davanti poi inizia a seguirci e non vuole saperne di tornare indietro. L'asfalto finisce, inizia una strada sterrata che, dopo una larga curva lasciamo per prendere una piccola rampa di scalini di pietra, dalla cima inizia il sentiero. Il cane è ancora con noi, decidiamo di portarcelo dietro, si chiamerà Botolo.
Risaliamo il versante coperto di cespugli e alberelli fino al crinale, da qui si vede tutto: la
parte finale della città, il Forte Ratti che la sovrasta e ovviamente il mare con la riviera di ponente fino a Vado. Continuiamo scendendo lungo il fianco ovest attraverso un enorme castagneto. Sul fondo della piccola vallata troviamo un torrente cristallino con un sentiero che lo costeggia fino al punto in cui si butta nel Bisagno, li rincontreremo più avanti; ora seguiamo la mulattiera che ci porta, poco più in là, ad un bellissimo quanto instabile ponte di legno, lo attraversiamo velocemente uno alla volta.
Scandolaro 
Tra gli alberi si intravvedono due case, iniziamo a correre su per il nuovo versante eccitati e curiosi, in un paio di minuti siamo a Scandolaro. Ci sono due case, una padronale in rovina e una più piccola che è tenuta un po' meglio, due costruzioni di legno, probabilmente stalla e fienile, e una piccola legnaia scavata nella montagna, dal sentiero si discosta una stradina di una ventina di metri che porta al retro delle case, la percorriamo. Più ci avviciniamo più è evidente che ci sia qualcuno, ci sono due amache, legna accatastata, tubi che portano l'acqua dal fiume, due staccionate improvvisate, un piccolo trogolo: osserviamo tutto questo incuriositi per qualche minuto, poi sentiamo dei rumori, ci giriamo e dal cancelletto esce un ragazzo sulla trentina, alto con la barba lunga: è Niccolò.
uno degli orti di Niccolò
Ci fermiamo a parlare con lui per un po': ci racconta che vive lì da due anni, che su in paese ci vivono altre persone, che una di queste è molto socievole e probabilmente ci offrirà un caffè e che Botolo in realtà si chiama Pimpi ed è di Marsiglia: nella zona è conosciuto proprio perché spesso si aggira nel bosco facendo compagnia a qualunque escursionista incroci sul suo cammino.



CANATE
Salutiamo Nicolò e ripartiamo. Troviamo il fiumiciattolo da cui ci ha detto che prende l'acqua non potabile, poi la fonte da cui prende quella da bere, cogliamo l' occasione per dissetarci, è fresca e buonissima.
Il sentiero inizia a salire più ripido, Botolo inizia ad essere stanco. Nel giro di dieci minuti siamo fuori dal bosco e poco dopo finisce anche la salita, si vede tutta la vallata.
La strada continua quasi pianeggiante sul fianco
della montagna, fino ad arrivare alle porte del paese. Incontriamo un ragazzo col figlio di sei mesi in spalla, ci dice di essere venuto a trovare un amico e ci avvisa che Canate e la sua atmosfera ci piaceranno. Superiamo un cumulo di macerie che un tempo erano una casa e arriviamo al centro dell'"abitato", iniziamo a seguire una voce e arriviamo a un estremo del paese. Sulla destra abbiamo le case, sulla sinistra la vallata e davanti un enorme gregge di capre con un uomo di circa cinquantacinque anni che sta portando le femmine e i cuccioli al riparo; mentre scambiamo due parole Botolo fa "amicizia" con un paio di caproni e poi lo perdiamo di vista, ci diamo appuntamento con Francesco, l'uomo delle capre, a dieci minuti dopo per cercare il cane e per dargli il tempo di finire il lavoro. Botolo non si trova e finiamo per fare il giro di tutto il paese: ci sono poco più di venti costruzioni tra case, stalle e fienili, alcune sono diroccate, altre completamente in rovina o demolite, quattro sono abitate. Un uomo ci saluta dalla finestra, chiediamo a una donna se ha visto il cane, lei ci dice di no e intanto facciamo la conoscenza di Benedetta il suo cinghialetto domestico, degli abitanti della quarta casa non si sa nulla.
Torniamo davanti alla casa di Francesco, lui è lì che ci aspetta. Ci chiede se vogliamo un caffè e noi accettiamo. Bevendo iniziamo un discorso molto interessante: ci racconta che era insoddisfatto della società e della città e che ora, facendo questa vita semplice, ma non facile, da ben tredici anni, è felice. Nel frattempo gli telefona il ragazzo con il bambino dicendo che Botolo lo sta seguendo verso Marsiglia. Visto che non dobbiamo più portare il cane al padrone, Francesco ci consiglia di tornare a Genova con un'altra strada, la "Scala dei mille gradini".
Parliamo ancora per un po', poi ci indica il nuovo sentiero dicendoci di non perdere mai lo zero rosso, e lo salutiamo.

SULLA VIA DI CASA
Iniziamo la discesa degli scalini fatti per lo più di rocce incastrate nel terreno e nei muretti a secco dei terrazzamenti. Percorsi i primi 200 metri troviamo un punto panoramico con tanto di brandina e ci fermiamo a mangiare al sole, non lo rivedremo per un bel po'.
Il sentiero continua a scendere lungo la parete nel bosco sempre più folto, ogni "rampa" di scale ha una pendenza diversa ma sono tutte abbastanza ripide e non sono pochi i gradini precari.
In tre quarti d'ora abbondanti raggiungiamo il fondo della valle alla confluenza del primo torrente (quello del ponte di legno) e un altro più piccolo, da qui in poi cammineremo sempre in piano costeggiando il fiume e guadandolo sei o sette volte soprattutto dove si immettono altri affluenti.
In mezz'ora troviamo una strada asfaltata che continua sul fondo valle mentre il sentiero risale tagliando il versante sulla nostra destra una decina di metri più in alto; un'altra mezz'ora e l'asfalto ci porta all'enorme Vecchio Ponte dell'acquedotto da cui si vede il "nostro" torrente che finisce in un'ansa del Bisagno. Ci fermiamo un attimo a riposare guardando la vallata.
Nonostante dal ponte parta un sentiero per Struppa, decidiamo di restare sull'asfalto e spuntiamo nel punto in cui avevamo accettato il passaggio, camminiamo fino alla statale e poco dopo un uomo ci da un passaggio fino al capolinea del 13.

Siamo seduti sull'autobus. L'avventura è finita. Sto riguardandando le foto e ripensando alla giornata appena trascorsa. Ero partito pensando di vedere un bosco e qualche rudere diroccato, ora mi accogo che oltre al paesaggio, che tra l'altro non mi aspettavo così suggestivo a pochi passi della città, mi è rimasto qualcosa di più importante, tanto da farlo passare in secondo piano: le persone che ho incontrato. Come sempre il confronto con il diverso non ha fatto che bene, facendomi conoscere dal vivo una realtà particolare ed interessante di cui avevo solo sentito parlare e offrendomi nuovi spunti di riflessione, convincendomi a tornare in paese per conoscere meglio le storie di questi "eremiti moderni".

 Matteo Caramaschi e Lorenzo Di Giacomo

Commenti

  1. Bellissimo borgo abbandonato, ci sono stata un po' di tempo fa ho fatto diverse fotografie , ricordo che mi avevano impressionato, sbirciando dalle finestre, gli oggetti di uso quotidano abbandonati all'interno delle abitazioni, come se le persone che vivevano qui fossero state costrette a scappare improvvisamente, in realtà deve essere stato un abbandono progressivo verso la comodità e il benessere. Un signore abbastanza anziano incontrato a Marsiglia mi diceva che fino agli anni Settanta ci abitavano se non ricordo male un centinaio di persone e che gli uomini scendevano ogni giorno a lavorare in città .. a piedi!

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  2. Brunella Lucarini14 gennaio 2018 21:56

    Complimenti ragazzi bellissimo articolo mi avete emozionato! Forse sono un po' di parte ma in fondo siete ancora ....i miei bambini!

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