9 aprile 1970: la tragedia della London Valour

Genova, 9 Aprile 1970. La London Valour, porta rinfuse inglese classe '56, è all'ancora poco lontano dall'imboccatura del porto. Ha bisogno di alcuni interventi di manutenzione da fare una volta in porto. Per velocizzare i lavori l'equipaggio ha gia iniziato a occuparsi di un problema al sistema di propulsione. A parte questo, la vita a bordo scorre tranquilla e nessuno si aspetta che stia per consumarsi una terribile tragedia, tanto grave che Fabrizio De Andrè, 8 anni dopo, la racconterà nella canzone "Parlando del Naufragio della London Valour".
La canzone inizia proprio descrivendo la situazione di calma prima della tempesta (I marinai foglie di coca digeriscono in coperta, il capitano ha un amore al collo venuto apposta dall'Inghilterra).
Intorno alle 13:00 il vento di Libeccio inizia a diventare più forte e in poco tempo il mare arriva a forza 7. La Capitaneria contatta via radio le navi in rada dicendo che le condizioni potrebbero peggiorare. Per qualche motivo la London non riceve la comunicazione (E la radio di bordo è una sfera di cristallo dice che il vento si farà lupo, il mare si farà sciacallo): il naufragio è inevitabile.
Forse il capitano Muir avrebbe dovuto accorgersi prima della situazione di pericolo nonostante la mancata comunicazione, forse sarebbe bastato, una volta accortosene, non sottovalutarla; fatto sta che verso le 14:30 l'ancora perde aderenza sul fondale per la troppa forza del vento e delle onde (E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli) e la nave, con le macchine non del tutto funzionanti, si sposta pericolosamente verso la diga foranea fino a quando, nel giro di pochi minuti, sbatte violentemente contro gli scogli di protezione.
Nell'ora che segue la nave rimane attaccata alla barriera a causa delle onde, con una grossa falla a poppa e dopo un po' si spezzerà in due. Molti marinai cadono in acqua rimanendo impantanati nella nafta fuoriuscita dalla spaccatura, alcuni vengono scaraventati sugli scogli (i marinai uova di gabbiano piovono sugli scogli), la maggior parte rimane a bordo divisa dalla spaccatura: è in
questo lasso di tempo che i soccorritori entrano in azione tentando
l'impossibile.
Gli equipaggi di diverse motovedette, pilotine, rimorchiatori e qualche civile rischiarono la vita per i marinai ma le onde di 5 metri e i venti fino a 100 km orari renderanno vani molti sforzi.
La CP233
La motovedetta della Capitaneria CP233, sotto il comando del Tenente Giuseppe Telmon, sarà l'unica a riuscire ad accostarsi alla nave salvando 26 naufraghi, il capitano dei vigili del fuoco Enrico Rinaldi si lancerà in folli acrobazie con l'elicotero lanciando salvagenti che aiuteranno a salvare diverse vite e inoltre i soccorritori sulla diga installeranno una rudimentale carrucola con imbragatura che porterà in salvo 3 uomini ma cederà per l'instabilità dello scafo diviso facendo inghiottire dalle onde Dorothy Muir, moglie del comandante, (E con uno schiocco di lingua parte il cavo dalla riva, ruba l'amore del capitano attorcigliandole la vita) il quale rifiuterà i soccorsi e si lancerà in acqua in un gesto a metà tra il tentativo di salvataggio e il suicidio.


Il relitto affondò definitivamente verso sera, quasi spezzato in due e con parte delle sovrastrutture emergenti, si portò dietro, oltre a quella dei due coniugi, le vitre di 17 marinai e diella moglie di uno di questi. Restò vicino all'entrata del porto per un annetto e durante lo spostamento verso il luogo di affondamento la struttura cedette colando a picco a 90 miglia da Genova, dove giace tutt'oggi.
Per tutto il tempo la zona della Foce fu bloccata da migliaia di persone che assisstettero per pura curiosità, tanto che oggi la vicenda è ai più sconosciuta (si ritrovano sul molo con sorrisi da cruciverba a sorseggiarsi il capitano che si sparava negli occhi e il pomeriggio a dimenticarlo con le sue pipe e i suoi scacchi).

La canzone di De Andrè oltre a trattare del naufragio, utilizza questo avvenimento come una bellissima metafora della situazione politica degli anni '70: https://youtu.be/u6U95pHb95U

Matteo Caramaschi 


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