Eda Bellegambe


Non ci scordammo il suo nome.
Abitava e lavorava in un palazzetto nel centro, nascosto in uno dei tanti vicoli, era la meta di tutti gli uomini del paese. 
La prima volta che la incontrai il sole aveva abbandonato il cielo e la luna lo rimpiazzava, tenendomi compagnia.
Citofonai e una voce dal timbro alto, squillante ma calda e dolce mi invitò ad entrare. 
Salii 4 rampe di scale, fino al secondo piano dov'era l'appartamento.
Era un bilocale: un salotto di ingresso e la stanza dove Eda lavorava. La "stanza dell'amore" come la chiamava lei.
Entrai e mi accomodai in salotto, su di una poltrona in feltro. 
Il salotto era una stanzetta quadrata con una serie di sedie e poltrone, una finestra che dava nel vicolo ed un lungo corridoio che portava alla stanza dell'amore.
Senti due voci provenire da lì dentro.
Attesi in silenzio finché, dopo poco, Eda uscì e venne in salotto.
Era sulla quarantina con due gambe lunghe e sottili e una vestaglia rossa trasparente che lasciava vedere tutto e niente.
Dietro di lei veniva un uomo brizzolato con una leggere gobba: era il prete del paese.
Ora, il mio era un paesello e la gente si meravigliava di tutto, soprattutto di un prete puttaniere. Io ero l'eccezione. Non ero credente e le poche volte che frequentavo la chiesa era per seppellire qualche mio famigliare.
Lui sembrava non dare peso alla mia presenza. Pensai che, non conoscendomi, si immaginasse fossi un marinaio in cerca di compagnia, nessuno che sapesse chi egli fosse. 
<<Tesoro, scusa l'attesa, arrivo subito>> disse Eda muovendo le labbra rosso sangue. 
<<Padre, buonanotte.>> girandosi, con un colpo graziato sui piedi scalzi, diede un bacio sulla guancia al prete che si congedò in silenzio e senza rivolgermi sguardi.
Eda mi invitò a seguirla: <<Andiamo nella sala dell'amore>>. 
La camera era quattro metri per quattro, illuminata soltanto dalla luce di un lampione della strada che filtrava attraverso le persiane sempre chiuse.
Fu la prima volta che ebbi a che fare con una donna. 
Ero un ragazzino e fu lei a farmi diventare un uomo. 
Divenni cliente fisso, come tanti che la conobbero.
Mi chiamava "Bimbo", nonostante gli anni passassero e io divenissi più vecchio e lei rimanesse sempre la stessa. 
Alle volte la visitavo non per fare l'amore, ma per parlare.
Parlavamo sdraiati, io con la testa poggiata sulle sue cosce o sul suo seno.
Parlavamo di cose intime, cose che non puoi dire a fidanzate, mogli o psicologi.
Capì il perché gli uomini vadano a prostitute: costano meno di uno strizzacervelli e sono più divertenti.
Avevo 21/22 anni quando morì. 
Un paio di settimane prima che succedesse si stava rivestendo e la luce fioca, che proveniva dalle persiane, proiettava la sua ombra gigante sul muro. 
<<Eda...>> dissi quasi sospirando.
<<Si?>>
<<... Io ti amo>>
Il suo viso di porcellana, ad un tratto, aveva un espressione di terrore e tristezza.
Le avevo detto tante cose e mai la vidi fare quell'espressione. Finì in fretta di vestirsi e disse col tono più piatto e freddo possibile: <<Lascia i soldi sul cuscino e vattene>>. 
Non replicai nemmeno, misi i soldi e me ne andai con lo sguardo basso.
Provai, nei giorni successivi, ad andare da lei ma non rispondeva al citofono.
Disperato, decisi di andare dal prete.
lo incontrai nella chiesa del paesello. Mi raccontò di come la conobbe e di cosa le stesse succedendo.
Lui non era un cliente, come pensavo, ma una specie di "padre" per lei. L'aveva accolta in casa sua quando aveva 4 anni e la crebbe alla meglio.
Quando decise di fare la puttana, la supportò. Questo mi meravigliava. 
Mi disse che Eda stava male e che non c'era niente da fare. L'estrema unzione l'avrebbe fatta nei giorni successivi e che ero invitato insieme a tutti i clienti. 
La cosa mi sconvolse a tal punto che caddi nelle peggiori bettole del paese.
Quando mi rialzai ero in casa di Eda. Io ed altre persone, tutti uomini.
Chi era lì per salutarla, chi per la semplice presenza. 
Il Padre gestiva le visite e mi invitò nella stanza dell'amore. 
Eda era distesa, esile, pallida.
Non appena entrai i suoi occhi smeraldo mi fissavano e le labbra viola cercavano di dire qualcosa, ma non uscì niente da quella bocca. 
Mi avvicinai. Non dissi nulla, l'unica cosa che feci fu darle un bacio. L'ultimo. 
Me ne uscii all'istante, mi sentivo male. 
Finiti i saluti, attendemmo tutti fuori.
Il prete rimase dentro con lei, per tutto il tempo, quando uscì dalla stanza, con lo sguardo basso di chi ha visto la morte, sì schiarì la voce e ci comunicò la notizia: <<È morta.>>.
Quelle parole si persero veloci nel silenzio della stanza mentre nella mia testa rimbombavano come granate in guerra.
"Chissà se ci abbia amati... " pensai ad alta voce. 
Un ragazzetto mi squadrò mentre una lacrima muta gli scendeva sul viso e mi rispose:<<lei era l'eccezione. Una delle poche donne che nasce con l'amore, troppo per un semplice uomo. Ne deve dare. Se ci abbia amati? Sì dal primo all'ultimo>>.
Annuii e gli appoggiai una mano sulla spalla.
Capii che cosa voleva dirmi Eda e perché si era comportata così. 
<<Bimbo, io ti amo... ma non posso amare solo te. Lo capisci vero?>>
Era questo che mi immagino dicesse. 
Andammo a fare un brindisi in suo onore, tutti insieme. 
Il funerale si tenne il giorno successivo e vennero ogni uomini del paese: Operai, vedovi, marinai, militari e pure il sindaco. 
Negli anni altre donne ci tennero al caldo, ma nessuna era come lei.
Ancora adesso, nelle notti d'inverno, passo per quei vicoli, fino al suo palazzo.
Suono il citofono sperando di sentire la sua voce, sdraiarmi sul suo letto, insieme a lei; come due anime sole che sotto le coperte, al freddo, diventano una cosa sola.



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