Un mare d'ossigeno. Diario intimo dalla "zona rossa"

A tutte le donne e gli uomini impiegati nel nostro SSN
e a tutti coloro che hanno sofferto in questo momento difficile per la lontananza o la perdita di persone a loro care.

Opera di Franco Rivoli.



Ammetto, e me ne scuso, di averci messo veramente tanto tempo per riordinare i pensieri nella mia mente per poi successivamente riassumerli su un foglio di carta, con non poche difficoltà, ed infine scrivere questo articolo. I pensieri mi apparivano confusi, spesso in contrasto tra di loro, in un misto d'impotenza e d'incredulità rispetto alla situazione, di fronte a quel nemico invisibile che, sotto i nostri occhi, ci ha portato via più di trentamila amici, genitori, zii e nonni soffocandoli in un mare d'ossigeno, senza distinzione di età, genere, colore della pelle, nazionalità, posizione politica o credo religioso. 
Oggi vorrei condividere con i nostri lettori la mia esperienza dalla "zona rossa", da quando la vita di tutti noi è stata messa in pausa, sperando magari di strappare un sorriso con questa pagina di storia che forse molti di noi brucerebbero. 
Eccomi. Bloccato, in pausa dal 21 Febbraio 2020, inizialmente per "ovvietà" e successivamente obbligatoriamente, nella mia casa d'infanzia a Milano, in Lombardia la regione maggiormente messa in ginocchio. Perché la mia casa d'infanzia? Beh, la città di Milano e l'alto milanese rimarranno per sempre i luoghi dove son nato e cresciuto tra una famiglia numerosa e gli amici che ho accanto da una vita. 


L'alba del primo giorno di scuola il 13 Settembre 2020 dal Convitto Nazionale C.Colombo di Genova. 

Nonostante stia insieme ai miei genitori in questa casa, a mancarmi, oltre ai miei spazi, è la mia nuova vita che mi sono creato due anni fa andando a vivere a Genova; quando decisi di "prendere il toro per le corna" e far ciò che avevo sempre voluto e sognato, raggiungendo il mio obiettivo e, ahimè, facendomi strappare il cuore dalla città superba.


Non svegliarsi più ogni mattina all'alba aprendo la finestra e vedendo il mare e le luci della città che si risveglia, non prendersi più un tocco di fügassa appena sfornata per poi salire di corsa sul bus, non avere più l'ansia per interrogazioni e verifiche, non ridere e scherzare più con i compagni tra i banchi, non passare più le ore di lezione sotto il sole ligure guardando il mare dalla propria classe, non vedere più quei tramonti mozzafiato e la notte che cala sull'intera città dall'alto, non passare le serate in Convitto a suonare la chitarra e a parlare, urlare e cantare fino a tarda notte, sì, perdere all'improvviso tutto questo ti stravolge la vita. Ma il non avere una data, il non saper più quando potrai riabbracciare, accarezzare o dare un bacio alla persona che ami, che sta dall'altra parte d'Italia... beh, quello invece ti uccide.

È solo restando chiuso in casa per tutto questo tempo che ti rendi conto di quanto quella tua frenetica e stancante quotidianità, tra i mille impegni scolastici, sportivi e personali sia la tua e solo tua, ma soprattutto, quanto sappia di libertà. La stessa libertà che questa guerra, come tutte le altre, le quali son state combattute da coloro che questo virus si è portati via, distrugge persone e intere famiglie mentre ai più fortunati stravolge solamente la giornata.
La tipica giornata da "studente fuori sede non più fuori sede ma in quarantena", iniziava con sei regolari ore di "lezione al buio".
Le quali iniziavano se e quando sentivo una delle tre sveglie impostate la sera prima con lo scopo di dormire sempre, e dico sempre, anche soli 5 minuti in più.
La prima ora la passavo a capire chi fossi e dove mi trovassi; i più fortunati si concedevano anche il lusso di addormentarsi durante la lezione con il microfono aperto, così che tutti quanti, professori compresi, sentissero bene bene come russavano.
Il vero problema si presentava quando piazzavano gli orali di Navigazione o gli scritti di Matematica, lì capivi che oltre al piazzare delle verifiche in orari "difficili", avevano piazzato un colpo dal quale era difficile riprendersi. Mentre alla seconda, in un'ancora profonda fase REM, l'obiettivo era quello di riuscire a prepararsi una colazione senza poi rovesciarsela addosso così da evitare le imprecazioni per tutta la terza ora. Se le imprecazioni non sussistevano durante la terza, magicamente apparivano durante la quarta e la quinta, o perché le lezioni, 
già di per sé complicate in presenza, a distanza risultavano bestiali oppure perché la connessione non ne voleva proprio sapere di andare. Infine la sesta ora era essenzialmente la più lunga ed interminabile, giusto per intenderci, a guardare tutta la sagra di Harry Potter che davano quelle sere ci si impiegava di meno. Ancora, più semplicemente, era l'ora dell'arrivederci e buon appetito.


Foto di classe 4A4B2 A.S. 2019-2020

Il pomeriggio continuava sui libri, o meglio, sugli schermi dove un giorno sì e l'altro pure, finivo per collassare psicologicamente. Cambiando una decina di stati d'animo in un'ora, passavo dal pianto inconsolabile, all'esasperazione più profonda, fino al sicuro e positivo ottimismo per il ritorno tra i banchi a settembre che svaniva quando, rimettendo i piedi a terra, mi rendevo conto che di sicuro non c'era assolutamente niente. Ed era in quel preciso momento che mi lasciavo andare ad una risata isterica che se t andava bene, me la facevo in gruppo, con i miei compagni di classe in videochiamata che oltre a conoscere ormai a memoria il numero dei mattoni di casa mia, stavano magari mentalmente messi peggio di me. Il tutto contornato da invasioni di campo di genitori, con i quali era in corso una vera e propria guerra civile fin dalle prime ore del mattino. Al calar del sole finalmente arrivava un po' di pace, e allora cercavo un tramonto che dalla finestra di casa mia, neanche si vede.
La sera, ogni sera, era scandita dal bollettino della protezione civile, incessante, di trenta o quaranta infiniti minuti. Lunghe videochiamate fatte per accertarsi che tutti stessimo bene, sostituivano quelle che una volta erano le infinite cene di famiglia nei fine settimana, gli "andiamo a prendere un caffè da zia" e i "domenica a pranzo siamo da nonna". La notte, il rumore di fondo delle autostrade e delle tangenziali era scomparso. Si udivano fino all'alba solamente ed incessantemente sirene di ambulanze ed in sottofondo, altre sirene di ambulanze. Nient'altro. Le contai in una notte insonne, ne passarono trentatré. Speravo o pregavo, non so chi o non so cosa, vista la situazione di non sentirle avvicinarsi con la paura che potessero portar via qualche vicino di casa che si conosce da una vita, qualche persona a me cara, qualche anziano che dopo aver lavorato una vita intera per i suoi figli, non li avrebbe mai più rivisti, non li avrebbe mai più salutati, se ne sarebbe andato mano nella mano con chi fino all'ultimo l'avrebbe tenuto aggrappato a sé.
Mi commuove pensare, che magari, se non si fossero mangiate centosessantasette mele al giorno, i nostri medici non ce li saremmo mai levati di torno.



Angeli vestiti con un camice bianco che hanno dato, stanno dando e daranno la loro vita giurando di salvarti o inconsciamente di portarti via per sempre. Hanno combattuto fin da Codogno, come a Milano e Bergamo, fino a Genova, Roma e Palermo



Arrivavano, a qualsiasi ora del giorno o della notte. Arrivavano, in un assordante silenzio che scompariva subito dopo lo sbattere delle porte e lo spegnimento delle sirene. Scendevano di corsa gli "angeli della morte", armati solamente di senso del dovere, guanti e mascherina.



Sentivo, volevo, avevo il dovere di far qualcosa, di aiutare, di contribuire nel mio piccolo anche se con un'azione, forse futile, alla quale sarebbe conseguito un semplice cenno col capo da parte dei paramedici, un invisibile sorriso di speranza sotto la loro mascherina. Indicavo semplicemente il civico o il citofono. Aprivo il cancello o la porta. La barella passava, li vedevo tremare dall'adrenalina che avevano in corpo, mista a chissà quale paura e pensiero rivolto alle proprie famiglie mentre caricavano e portavano via su di una barella, quella che potrebbe esser stata a loro la persona più cara.



Arrivavano in un silenzio assordante con i loro megafoni le pattuglie delle forze dell'ordine, le volanti con i lampeggianti accesi, illuminavano saracinesche abbassate di bar, ristoranti, negozi e stadi chiusi attraversando vie, piazze e parchi deserti. Vie vuote e balconi pieni. Illuminando notti in cui le uniche luci della città divennero di un blu lampeggiante e non più dai mille colori di un concerto cantato a squarcia gola da migliaia di persone a San Siro, in una Milano straordinariamente spettrale, in una Milano mai vista.


Dopo ciò di una cosa ho la certezza, gli eroi non hanno fra le mani una palla da basket o tra le gambe un pallone da calcio, ma hanno camici, guanti e mascherina e danno la vita per una persona della quale non sapevano nemmeno l'esistenza.



Penso che il nostro pianeta stia prendendo una pausa da noi con questo nuovo anno. Ed è assurdo vedere che anche se ci fermiamo, lui non smette di girare. Questo tempo che tutti noi abbiamo passato immobili nelle nostre case, forse cambierà, anche se minimamente, ma non so in quale modo, ognuno di noi. Penso che nessuno sia in grado di giudicare, un domani, solo la storia ci giudicherà.
Torneremo. Tornerò a Genova. E quando accadrà, sarà bellissimo.


Manuel Andreoli


Commenti

  1. Complimenti Manuel!!! Ma soprattutto appuntamento al 13 settembre 2020.
    😜

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